Donne, l'ultimo dei Dizionari dell'Arte Electa curati da Stefano Zuffi
12 novembre ore 18.00, ulteriori info: stampa libri Electa, Tel 02 21563250/456, imaggi@mondadori.it
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Iaia Forte - Il veleno, l'arte
Il 21 marzo 2005, ore 21
Il veleno, l'arte
Bologna, 14 marzo 2005

 

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Lo Stile delle donne nell’arte italiana


testo apparso su "Stile Italiano",

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All’indomani della storica vittoria dello scudetto con Maradona, sul muro di cinta del cimitero di Napoli campeggiava una scritta: “che vi siete persi!” Un guizzo di genialità e di humor, ma con un sospiro di rimpianto, che si può certamente applicare all’arte al femminile: per un tenace pregiudizio ci siamo persi secoli di capolavori, impedendo di fatto alle donne di esprimersi attraverso l’arte. Solo nell’ultimo secolo, e con grande fatica, la donna ha potuto finalmente affermare senza imbarazzi e censure la sua creatività anche nelle arti figurative: i risultati sono evidenti, ormai non c’è più nessuna barriera “sessuale” che possa dividere dipinti, sculture, architetture, fotografie o film firmati indifferentemente da uomini e da donne. Tuttavia, fino all’età delle avanguardie del Novecento l’arte poteva tutt’al più essere per le signore un commendevole passatempo, ma da praticare rigorosamente per diletto. Anche nei centri più avanzati e aperti era considerato uno scandalo, o quanto meno una rara bizzarria che una donna potesse dedicarsi professionalmente alla pittura o alla scultura: peggio ancora se la donna in questione era giovane, e magari anche graziosa.
Riesce difficile pensare a un ambito così rigidamente maschilista come quello delle arti figurative: per millenni, la pittura e la scultura sono state un affare tra uomini: maschi i committenti, maschi gli artisti, maschi i collezionisti, maschi i direttori dei musei, e così via. Per questo sistema chiuso, bisogna cercare con pazienza le tracce delle donne artiste: ma il risultato è molto appagante, anche perché ci si rende presto conto del ruolo davvero straordinario che hanno avuto le artiste italiane, capaci, con la loro volontà e con la bellezza delle loro opere, di insinuare le prime crepe nella muraglia di un ostinato monopolio maschile. A parziale riparazione, segnaliamo l’imminente l’apertura, nel Palazzo Reale di Milano, di una grande mostra, dedicata alle donne artiste dal Rinascimento alla prima metà del Novecento: sarà visitabile fino all’8 marzo 2008. Un nucleo di opere molto considerevole viene dal National Museum of Women in the Arts (NMWA) di Wahington, l’unico museo del mondo interamente consacrato alla creatività femminile. Per l’occasione, verrà lanciata anche la sezione italiana della Associazione Amici del NMWA, per ribadire il ruolo di assolute pioniere svolto dalle pittrici italiane nella storia.
Giorgio Vasari, a metà del Cinquecento, non dedica ufficialmente nemmeno una delle sue proverbiali “Vite” a una artista donna: ma, tra le pagine, cominciano ad affiorare i nomi delle prime “virtuose” che attirano l’occhio esperto del biografo aretino. La bolognese Properzia de’ Rossi, per esempio, è una prodigiosa scultrice, capace di intagliare decine di teste umane in un nocciolo di ciliegia, ma anche di cimentarsi “virilmente” con il marmo. Per di più, ammette Vasari, è anche una gran bella ragazza, e una perfetta donna di casa. I documenti, tuttavia, ci offrono un’immagine ben diversa dallo zuccheroso stereotipo vasariano: anzi, incontriamo Properzia ripetutamente coinvolta in processi per danni e aggressioni. Difendeva il suo amante, la sua vita, la sua arte e la sua dignità di donna. Per secoli le donne artiste hanno dovuto sfoderare gli artigli: e le italiane sono state in prima fila, accanto a qualche coraggiosa olandese e tedesca, almeno fino all’età dell’Illuminismo. Possiamo cullarci nella delicata illusione di tranquille signore intente a dipingere nature morte, fiorellini, ritratti di famiglia: certo, qualche pittrice di fama corrisponde a questa aspettativa, come la bravissima Giovanna Garzoni, specialista nel dipingere a guazzo su pergamena, oppure Margherita Caffi. Tuttavia, molto più spesso, per imporsi in modo autonomo le donne artiste hanno dovuto passare attraverso esperienze umane difficili, compiere scelte radicali: nel caso della delicata e bravissima Elisabetta Sirani, splendia seguace bolognese di Guido Reni, si parla addirittura di veleno. Il caso più celebre è quello di Artemisia Gentileschi, dotatissima figlia di Orazio, uno dei più grandi pittori del primo Seicento. Nata nel 1593 a Roma, Artemisia resta presto orfana della madre e cresce tra colori, tele e pennelli, che diventano i suoi giochi preferiti: la sua adolescenza è duramente segnata dallo stupro subito da parte del paesaggista Agostino Tassi, amico e collaboratore del padre. Agostino si difende dicendo che Artemisia era consenziente, ma la ragazza non molla. Trascina Tassi (che fra l’altro era sposato) in tribunale: subisce umiliazioni, torture, la vergogna di un processo pubblico, eppure non si arrende, finché il giudice non le dà finalmente ragione. Certo, la pena per Tassi è lieve, quasi irrisoria, ma Artemisia ha voluto difendere la sua onestà. Da questo momento curerà la propria carriera di pittrice di successo, viaggiando molto, in diverse città italiane (Firenze e Napoli sono le tappe principali) e anche in Inghilterra. Appena può, rivendica nella pittura la forza della donna, dipingendo Giuditta che decapita Oloferne o altre scene bibliche in cui una femmina uccide un uomo. Il tutto con uno stile efficacissimo, in parte frutto della conoscenza diretta di Caravaggio quando era bambina e dello studio originale delle sue opere, in parte di una autonoma vena formale sicura e intensa.
Un’altra pioniera della pittura femminile è la cremonese Sofonisba Anguissola, in assoluto la prima artista italiana a ottenere un grande successo internazionale. Nata intorno al 1532 e cresciuta in una famiglia nobile, molto attenta alla formazione artistica delle quattro figlie, Sofonisba si impone prima di tutto fra le sorelle, poi sull’ambiente artistico locale, e infine in ambito europeo. I suoi ritratti sono impeccabili, correttissimi, eppure attraversati da un brivido di personalità delicata, talvolta repressa. Straordinarie sono anche le vicende umane: nel 1559 si trasferisce a Madrid, dove continua a dipingere e diventa dama di compagnia della regina. All’età allora avanzatissima di trentanove anni viene costretta dal religiosissimo re Filippo II a sposare per procura un gentiluomo siciliano di origine spagnola. Si trasferisce a Palaermo, ma la morte precoce del marito interrompe presto il poco sentito matrimonio. Nonostante il parere nettamente contrario della famiglia, Sofonisba s’imbarca per tornare verso il nord: probabilmente in viaggio, sulla nave, s’innamora del capitano, il genovese Orazio Lomellini, e ne farà il suo secondo marito. Per trentacinque anni Sofonisba vivrà a Genova (dove avrà, fatto inaudito, anche un assistente maschio!), salvo poi trasferirsi di nuovo a Palermo: qui Anton Van Dyck, il più brillante ritrattista del Seicento, le renderà omaggio, considerandola una maestra ideale e chiedendole anche di posare per un ritratto: Sofonisba, novantenne, acconsente, ma chiede a Van Dyck di non esagerare con le rughe...
La galleria delle pittrici italiane si arricchisce di diversi nomi importanti. In alcuni casi si tratta di “figlie d’arte” Marietta Tintoretto, morta purtroppo giovanissima, è insieme alla già citata Artemisia Gentileschi la più famosa, ma la migliore è certamente la bolognese Lavinia Fontana, le cui composizioni superano per importanza e determinazione quelle del padre Prospero, affermato interprete del tardo manierismo. Dopo la metà del Settecento le francesi prenderanno decisamente la guida del movimento di emancipazione delle artiste, ma la loro battaglia prende avvio da un’altra forte donna italiana: Rosalba Carriera. Nata nel 1675 a Venezia, Rosalba si impone come una delle più brillanti e originali ritrattiste del primo Settecento. La fama di suoi pastelli vola, attraversa l’intera Europa fino alla Danimarca. Nel 1720 viene ammessa all’Académie Royale di Parigi, un onore straordinario. La veneziana è la maestra di un’intera generazione di pittori francesi: nel 1747 dovrà cedere alla cataratta, che nonostante tre operazioni agli occhi la rende cieca. Morirà, anziana, dieci anni dopo, non senza aver avuto la soddisfazione di sapere che nella sua Venezia si era affermata Giulia Lama, allieva di Piazzetta e intensa autrice di monumentali pale d’altare. Imprese “da uomini”, si diceva una volta: e invece Giulia Lama è una delle prime donne a ottenere il permesso di ritrarre modelli (maschi) nudi. Il tempo comincia a cambiare: ci vorranno ancora molti sforzi per vedere finalmente affermata e libera la creatività femminile, ma il merito di aver avviato il cammino va a un gruppetto di artiste italiane, coraggiose, certo, ma soprattutto brave.

Stefano Zuffi
Consulente Scientifico
Amici del NMWA


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